Il cinematografo, macchina della verità o della menzogna. Nacque da un primitivo succedersi di fotogrammi. E da lì si scoprirono gli errori storici del cavallo al galoppo. L’anatomia esatta del movimento. Le prime immagini talmente eccezionali da sembrare vive. Ci si abitua alla sorpresa, e poi? Poi si cerca di aumentare la dose. Più grande il dispositivo, più braccia per manovrarlo. Più lungo il nastro di celluloide, un nastro altamente infiammabile.

Affascinava e incuteva timore, come un pericoloso e magico strumento dell’immortalità; catturava solo con tanta luce; volti che mimavano i moti dell’anima, il cinematografo li rendeva muti eppure il successo era garantito.

Gli attori del teatro dovevano confrontarsi con la nuova scena. Il passo era breve, sembrava lo stesso palco limitato ai lati e sul soffitto, ma non era così, davanti a loro non c’era il pubblico ma un occhio ciclopico.  L’occhio della “belva”, freddo e indagatore.

Fu così che l’attrice Eleonora Duse affrontò il cinematografo. Lei. Un’avventura eccitante e sofferta. Per la prima volta e per il primo cinema.

Il cinematografo la terrorizzava e nello stesso tempo la affascinava. Il futuro presente dell’arte e, da lì a poco, di ben altro. Sapeva solo che doveva affrontarlo e lo fece, ma a modo suo, eludendo l’occhio del ciclope pur essendo la protagonista. Cenere.

Nel 1916 la più grande attrice di teatro affrontò il cinema come una moderna performer.

“Mi tenga nell’ombra… le mani rivelano il viso… si capirà ciò che provo? senza le parole?” confessava al suo regista. Quella lotta dell’artista contro il mezzo che tende a prevaricarlo.

I teatri posizionarono i teli bianchi sul palco.

Il cinematografopoteva surriscaldarsi e mandare in fumo tutto.  Forse Eleonora avrebbe preferito che quel nastro bruciasse. Quell’occhio l’ha tradita, non era lei in quel film, era un fantasma. Passarono alcuni anni. Superati i limiti tecnici, resa pura razza, la cinematografia prese il galoppo dei governi a uso e consumo del popolo.

“La cinematografia è l’arma più forte” fu lo slogandel dittatore. Domata la belva e utilizzata come arma di propaganda.

Il cinema e le menzogne.  Le fake news dei telefoni bianchi. Ma anche le grida dadaiste per la libertà. Il found footage di ieri e oggi.

Cinema come meraviglioso stordimento.

La corsa evolutiva del dispositivo cinematografico, diventa pony express tra le nostre mani, non più cavallo di razza, ma ibridato all’infinito e sempre più leggero.

Quel “cinema” se fosse quindi un animale, oggi apparirebbe svuotato della propria carne e animato da altri organi, sottili.

Le immagini sono impresse nell’etere. La dissoluzione del corpo della belva nei binari numerici.

C’è questo oggi a mettere in crisi la sala del cinema. I nodi vengono al pettine, un tempo il cinema stesso mise in crisi il teatro! Come la fotografia fece con la pittura. E quindi ora la sala è sottile come un  Tablet specchio nero dove la nostra immagine sprofonda e ci si accorge che lì dentro vive ancora la belva. Il riflesso di un narciso contemporaneo. Dolce ossessione bulimica. Smaterializzazione delle esperienze corporee.

La cinematografia quindi declinata in mille forme, non è più cinematografia, è… non si sa più cosa. Il cinematografo smaterializzato. Restano le immagini in movimento. Resta l’immagine tempo.

Ora è l’opera che ci interessa non più il corpo della “belva” come la chiamava Eleonora. L’artista, l’autore, il regista oggi è sempre più antenna che trascrive quei segnali. Cosa resta del mondo oggi in quello specchio nero?

Il cinematografo è un mutante tra i mutanti, sempre cambia ma l’occhio suo, ciclopico, è lo stesso.

Cosimo Terlizzi